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A tu per tu con Tamara Lunger, Maurizio di Palma e Nicole Fedele

A tu per tu con Tamara Lunger, Maurizio di Palma e Nicole Fedele

Lo sport estremo raccontato da tre grandi atleti

Tamara Lunger
l’alpinista del silenzio

“Questa è la vita che voglio… sento di dover dire grazie, a me stessa, all’Universo e soprattutto a Dio che mi permette di viverla” 

Ogni volta che leggo delle notizie su Tamara, comprendo la bravura che c’è dietro. Lei sa dove vuole arrivare. Possiede il genio di un uomo e il garbo di una donna. Il fatto che le sue conquiste le saluti senza urla di entusiasmo significa che ha acquisito la sicurezza di quello che fa. E quando se ne riscontra la corrispondenza con le premesse, appuri la sua classe come la cosa più naturale. Impossibile restare indifferenti davanti alla sua generosità, alla sua capacità di lotta. E questo fa di lei una vincente, sempre, anche nella sconfitta.

Tamara è nata a Bolzano nel 1986. Numerosi gli obiettivi ottenuti, banale menzionarli a mo’ di lista, diremo solo che è stata la donna più giovane a salire sul Lhotse (23 anni), che nel 2014 si è arrampicata sulla vetta del K2 arrivando a 8611 m senza ossigeno e che, pochi mesi fa, a soli 70 m dalla cima del Nanga Parbàt in una salita invernale, ha avuto la saggezza di capire che quei pochi passi che la separavano dalla vetta avrebbero messo a repentaglio la propria vita e quella dei suoi compagni, ed è tornata indietro. Dite se è poco. A febbraio ha pubblicato per Rizzoli Io, gli ottomila e la felicità, un libro in cui narra la sua intrinseca volontà di conoscere il mondo attraverso l’alpinismo.

Sin da bambina avevi un sogno: quello di diventare una grande alpinista. Ora che lo hai raggiunto e guardi indietro cosa vedi? E se guardi avanti?

Quando guardo indietro comprendo che tante situazioni allora insensate hanno acquisito un significato oggi. Non sarei quella che sono se non le avessi vissute, anche se mi sono costate tanta sofferenza. Se guardo avanti mi rendo conto che niente è impossibile. I sogni sono tanti e svariati… voglio vivere la mia vita cercando di fare quello che mi dà più soddisfazione e, per quanto possibile, scegliere le persone con le quali ho una buona intesa.    

Quello dell’alpinismo “estremo” è un mondo quasi riservato agli uomini. Che qualità deve avere una donna per essere alla pari? 

Ho sentito dire ad alcune donne di essere meno forti di un uomo e che quindi certi “pesi” non li avrebbero portati. È un errore grossolano, che non bisogna fare. Se voglio raggiungere determinati obiettivi, devo essere soprattutto decisa di testa e non porre anticipatamente dei limiti. Ogni sesso ha le sue qualità e queste devono sopperire, in entrambi i casi, a eventuali mancanze. Certo, l’ideale è partire per una spedizione in un gruppo misto, così da completarsi vicendevolmente. Indubbiamente debilitante per una donna è il ciclo, almeno per me è così: in quel caso devi essere due volte più risoluta. 

Quali sono state le cime conquistate che porti nel cuore, e quali ancora vorresti scalare?

Porto nel cuore ogni cima che ho scalato e anche quelle che non ho raggiunto, perché ogni spedizione porta con sé un insegnamento che ti servirà per l’esplorazione successiva. Spesso sono più utili le esperienze che non sono andate come avresti voluto. Ti fanno crescere e maturare più in fretta. Aggiungo che sono tante le cime che ancora voglio scalare. Ho degli obiettivi a breve termine, ma gli imprevisti possono essere sempre alla porta, quindi preferisco non espormi. 

Che cosa provi quando raggiungi una vetta? 

Quando arrampico lo faccio esclusivamente per un piacere personale e non per i riconoscimenti che ne potrebbero derivare. Provo un sentimento profondo per quello che faccio, una gioia così intensa da esserne quasi gelosa. Il più delle volte faccio fatica a condividerla con gli altri, soprattutto quando mi sento messa sotto pressione da persone che vogliono assorbire questo “amore” solo per arricchire la propria persona… in questi casi mi sento defraudata di qualcosa che mi appartiene, che è mio, e non mi piace.  

Che consigli daresti a un giovane che vuole seguire le tue orme?

Di battersi fino in fondo, di non mollare mai, di puntare all’obiettivo come farebbe a una cima. Spesso le cose prendono una forma che non vorresti, ma c’è sempre una ragione perché ciò accade. Questo non significa che sei sulla strada sbagliata, ma solo che il panorama che ti circonda è cambiato. Se saprai stringere i denti e non arrenderti alle prime difficoltà prima o poi la vita ti darà ragione. 

Maurizio di Palma
Lo scoiattolo volante

“È emozionante staccare i piedi dalla montagna e dal punto A trovarti in pochi secondi a quello B, planando a una velocità vorticosa”

Il B.A.S.E. Jumping (Base sta per Buildings-Antennas-Span-Earth) è uno sport estremo che consiste nel lanciarsi nel vuoto da edifici, torri, ponti e rilievi naturali e atterrare mediante un paracadute. Da qualche anno l’utilizzo di una tuta alare o wingsuit in inglese (realizzata a somiglianza del corpo di uno scoiattolo volante, meglio noto come Petauro), ha permesso agli amanti della caduta libera di dilatare i tempi di discesa. Una tecnica rischiosa, ma certamente scenografica che in Italia è ancora poco praticata (sono poche decine di persone che vi si cimentano), è quella del Proximity flying che consiste nel volare radenti alle montagne o attraverso strette crepe tra una roccia e l’altra.

Abbiamo posto qualche domanda a Maurizio di Palma, 37 anni, il più noto jumper in Italia, uno tra quelli che ha compiuto più lanci al mondo e dalle superfici più disparate: dalla Torre Eiffel a Parigi, al Duomo di Milano (passando per il Colosseo, la Torre di Pisa…), dalle Angel Falls in Venezuela, al Campanile Basso nel Gruppo delle Dolomiti di Brenta.

Vive in Trentino e da qualche anno ha aperto una Scuola di Base Jump sul Monte Brento.

Quali sono le differenze tra un lancio con o senza tuta alare?

La differenza è significativa. Porto un esempio: se si esegue un lancio senza tuta alare da una montagna di 1000 m, si riesce a ottenere una caduta libera di 15/16 secondi, spostandosi relativamente poco dalla parete. Con la tuta alare i tempi si dilatano fino a superare il minuto o anche più, naturalmente in base alla quota che si ha a disposizione. Se ho 1000 m di utile al volo, mi sposto in avanti per 3 km. E tutto questo senza motore. Si tratta di un’ampia distanza. Aggiungo che con la tuta alare non si guarda verso il basso, ma avanti. In più c’è la possibilità di seguire delle linee, di passare tra le crepe e inoltrarsi in profondi canaloni. Fantastico! 

Sappiamo che si tratta di una disciplina pericolosa: la scorsa estate, nel giro di pochi mesi, sono accaduti alcuni incidenti mortali. Molti affermano anche che è come giocare alla roulette russa e sul tuo sito è evidenziata la rischiosità di questo sport. A quali persone la consiglieresti quindi? 

Non è una disciplina aperta a tutti, poiché richiede un percorso ben preciso. Stiamo parlando di un utente di nicchia nella nicchia: sono tutti paracadutisti esperti con migliaia di ore di lancio alle spalle. Detto questo, chiunque può praticarlo se in buona salute e se fortemente motivato. Conosco persone di vent’anni come degli ultrasessantenni. 

Che emozioni ti dà lanciarti?

Volare con il solo ausilio del proprio corpo ti dà un profondo e immenso senso di libertà. 

Praticare uno sport di questo tipo che richiede coraggio, preparazione, equilibrio e controllo, può aiutare anche nel superare le difficoltà della vita?

Sotto un certo aspetto, sì. Una cosa che ho riscontrato sulla mia pelle è che sono estremamente reattivo nel risolvere situazioni che necessitano di un intervento immediato. Oltre a ciò il lancio non è che, come affermo io, “l’orgasmo finale”. Il più delle volte per raggiungere la meta bisogna “sudare… faticare” e il fatto di andare avanti qualunque difficoltà si presenti sul cammino, senza mai perdere di vista l’obiettivo finale, tempra il carattere e lo spirito. Usando una metafora questo tipo di approccio “io non mollo” lo si potrebbe applicare in tutti i contesti della vita. 

Ci sono donne che praticano il Base con tuta alare? 

Ci sono, ma stiamo parlando di una goccia in mezzo al mare. Già nel base sono meno del 3%. Con la tuta alare scendiamo ancora. Abbiamo una donna italiana molto forte: Roberta Mancino, fotomodella e mia compagna di squadra. Ma parliamo veramente di un caso isolato. 

Nicole Fedele
l’altra metà del cielo

 “Il parapendio è tutto. La mia vita, i miei sogni. Una passione che mi spinge a guardare sempre più lontano. Oltre i miei limiti” 

Nicole vola in parapendio dal 2002. Si definisce una ragazza semplice e determinata. Il parapendio è entrato di prepotenza nel suo cuore per puro caso, ma da quel giorno si è esercitata duramente per aggiudicarsi, anno dopo anno, un palmarès da prima della classe. Friulana, 32 anni, laureata in Scienze della traduzione all’Università di Udine, detiene numerosi Record mondiali ai quali ha aggiunto quest’anno il titolo di vice-campionessa mondiale in Brasile. Un portento. È inoltre pilota biposto, aiuto-istruttore e guida esperta per il volo libero in Friuli e in Slovenia.

“Volare” afferma, “ti regala un senso di libertà illimitata, anche se da lassù ti rendi conto di essere una goccia nel mare. È una sensazione disarmante, ma che permette di prendere una maggiore coscienza di te stesso e di vedere ciò che ti circonda con occhi diversi. Inoltre là in alto paghi gli errori che commetti in prima persona… la natura non perdona. Tutte queste emozioni ti ridimensionano e ti fanno capire che per godere appieno della vita e non lasciare nulla d’intentato, devi vivere, con passione. Ed è quello che cerco di fare, tutti i giorni.”

Ti hanno definita “un guerriero”, una che non molla mai. Anche tu però avrai vissuto delle difficoltà. Oltre alla determinazione, da chi o cosa hai tratto ulteriore fermezza per arrivare dove sei arrivata? 

Penso sia la passione per quello che faccio il motore principale, ciò da cui traggo la motivazione per andare sempre alla ricerca di nuovi traguardi.

Da molti anni collezioni risultati da record. Ricordiamo uno dei tuoi più strabilianti successi: record del mondo femminile di distanza libera… un volo no-stop di nove ore attraverso le pianure brasiliane (401 km). Quali sensazioni hai provato durante la traversata? 

Se ci ripenso ora ricordo l’alternarsi di attimi di sconforto, di tensione, di gioia, di soddisfazione e di rammarico. In un volo così lungo possono succedere tante cose e non bisogna mai abbassare la guardia né darsi per vinti. È importante crederci fino alla fine e stare concentrati. Bere e nutrirsi a intervalli regolari aiuta la concentrazione ma, ovviamente, non basta. La forma psicofisica deve essere ottimale così come le condizioni atmosferiche. Il dispiacere più grande è essere atterrata troppo presto: avevo a disposizione ancora un’ora e mezza di luce e sarebbe stato possibile percorrere ancora una trentina di chilometri.

Affermi che il parapendio è uno sport adatto a tutti e per tutte le età.

Sì, sicuramente se praticato rispettando determinate regole è uno sport accessibile a molti. Per chi fosse interessato anche solo a provare l’emozione di librarsi in aria accompagnato da un pilota qualificato, con il parapendio biposto è possibile condividere questa esperienza unica sia con bambini sia con anziani. 

Ti è mai successo durante un volo di avere paura?

Sì, naturalmente. La paura è una sensazione con la quale s’impara a convivere. Alle volte è addirittura indispensabile perché è un segnale che indica la presenza di un potenziale pericolo e prepara il nostro organismo a reagire, seppure inconsapevolmente. Le sensazioni fisiche legate alla paura, per quanto fastidiose, servono a creare le condizioni migliori per affrontare la situazione che ci si presenta di fronte. 

Qual è la principale motivazione che ti spinge ad andare sempre “oltre”?

Semplicemente il desiderio di migliorarmi, di raggiungere nuovi obiettivi e di soddisfare la mia personale ambizione.

 

Foto copertina Tamara sul Nanga Parbat, 2016, 8000 m – Photo © Tamara Lunger
Foto Maurizio di Palma – Photo ©  Vania da Rui

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