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“Specie vincenti” e “specie perdenti”: l’uomo può ritenersi al di sopra delle leggi ecologiche?

Una nuova epoca geologica: l’Antropocene

Su scale temporali molto ampie (decine e centinaia di migliaia di anni) il clima mondiale, con la sua variabilità, ha da sempre caratterizzato la storia del nostro pianeta. Nell’Olocene (gli ultimi 11000 anni circa) si è verificata una situazione di discreta stabilità climatica che ha facilitato l’ampia diffusione della nostra specie su gran parte del pianeta. Oggi l’uomo, la più avanzata espressione dell’evoluzione naturale, sta trasformando, forse in modo irreversibile, il Mondo che l’ha generato.

È il 16 luglio 1945 quando esplode il primo ordigno nucleare nella storia della Terra. Molti esperti del settore attribuiscono a questo giorno l’inizio di una nuova epoca geologica: “l’Antropocene” dal termine greco “anthropos” (uomo). Ma la vera trasformazione inizia prima: con la rivoluzione industriale, il conseguente boom demografico e tutte le attività produttive a esso connesse, hanno dato inizio a profondi e complessi cambiamenti “strutturali” del nostro ambiente di vita. In questo contesto, le Alpi rappresentano un laboratorio di eccezionale valenza scientifica.

Dal 1800 fino alla seconda metà del ’900 un’economia di sopravvivenza spinge l’uomo a insediarsi anche nei luoghi più remoti dell’Arco Alpino e a cacciare molte specie di selvatici, alcune fino allo sterminio

Un’inedita “pulsazione demografica” ha infatti spinto nel XIX sec. le genti europee a insediarsi sempre più in profondità nelle vallate alpine: l’economia di sussistenza nel giro di un secolo ha disboscato i versanti e impoverito la biocenosi alpina; gli ungulati sono diminuiti progressivamente fino a estinguersi in alcune aree; orsi, lupi e linci, entrando in competizione con l’uomo, sono stati sterminati nel giro di qualche decennio.

Si devono attendere i mutamenti socio-economici che hanno caratterizzato il II dopoguerra per osservare un’inversione di tendenza: l’esodo verso i principali centri urbani restituisce alla “wilderness” ampie porzioni di territorio. Le Alpi si ripopolano: poco a poco tornano gli ungulati, propedeutici alla ricomparsa dei grandi carnivori.

Il ruolo dell’uomo

È quindi evidente quanto l’uomo sia in grado di condizionare direttamente gli equilibri delle biocenosi alpine. Il mutamento è stato misurato anche nel Parco Naturale Adamello Brenta, dove negli ultimi 40 anni si è registrato un aumento del 7,6% di superficie boscata a fronte di una regressione di aree aperte (-4,2%), pascoli (-3,2%), zone agricole (-2,1%), ghiaioni e macereti (-1,3%). Se in passato, nel Parco come in tutto l’Arco Alpino, alcune specie sono state sterminate, oggi assistiamo a un loro lento ritorno. In alcuni casi fu necessario l’intervento diretto dell’uomo: l’orso, reintrodotto con 10 esemplari tra il 1999 e il 2002 nel PNAB (Progetto LIFE URSUS), oggi è presente nelle Alpi Centrali con una popolazione di 48-54 animali (Groff et al., 2016); lo stambecco, che agli inizi del 1800 contava meno di 100 individui rifugiati nell’attuale Parco Nazionale del Gran Paradiso (PNGP), non sarebbe mai stato in grado di raggiungere i circa 47000 esemplari di oggi senza l’aiuto dell’uomo. Lo stesso vale per la lince e il gipeto, anche loro in fase di lentissima espansione. Altre specie, come il lupo mai scomparso dall’Appennino Centrale, godendo di habitat favorevoli stanno rioccupando spontaneamente i territori di un tempo. Lo sciacallo dorato invece è una specie del tutta nuova per le Alpi: dai Balcani si sta espandendo autonomamente e con rapidità in Friuli Venezia Giulia, in Veneto e in Trentino Alto Adige.

Riscaldamento climatico

Oggi all’abbandono del territorio si somma il riscaldamento climatico, anch’esso con effetti diretti sugli ecosistemi naturali: oltre a un progressivo ingresso delle latifoglie nelle peccete (boschi di abete rosso), un tempo mantenute artificialmente pure (solo abete rosso), si assiste infatti a una progressiva chiusura dei boschi e a un innalzamento del loro limite altitudinale. Specie come il cervo, favorito da ambienti boschivi uniformi, ne traggono un vantaggio; altre, come il capriolo e il gallo cedrone, ne risultano indiscutibilmente sfavorite. Lo stambecco, privo di ghiandole sudoripare, si rifugia dalla calura estiva a quote sempre più elevate, mentre parassiti come le zecche o la zanzara tigre, in grado di veicolare malattie come la febbre gialla, il morbo di Lyme, la meningite e altri patologie pericolose per la salute umana, si stanno diffondendo in ambienti un tempo per loro troppo freddi.

Conclusioni

Così come accaduto in passato, in un ambiente dinamico e mutevole come quello attuale, si distingueranno “specie vincenti” e “specie perdenti”. In alcuni casi gli adattamenti di piante e animali, evolutisi in centinaia di migliaia di anni, appariranno sempre più inappropriati rispetto alle nuove pressioni selettive esercitate dai nuovi ambienti che li ospitano. L’uomo è ancora in grado di sopperire grazie all’intelletto, almeno in termini micro-ambientali, ai cambiamenti a cui noi tutti stiamo assistendo: siamo in grado di scaldare o di raffreddare le nostre case e persino di desalinizzare l’acqua degli oceani. Ma cos’accadrà se un giorno non avremo più le risorse energetiche per questi e altri processi?

Le reazioni degli animali al cambiamento climatico, oltre ad essere un chiaro indicatore del cambiamento stesso, potrebbero assumere, nella peggiore delle ipotesi, connotati remonitori per il futuro della specie umana stessa.

Maschio di gallo cedrone

Specie di origine nordico boreale, al ritiro dei ghiacci würmiani, il gallo cedrone ha trovato rifugio sui principali rilievi montuosi europei, in formazioni boschive mature e stramature dell’orizzonte montano, altimontano e sub-alpino. L’innalzamento delle fasce boschive e l’ingresso di un numero sempre più consistente di latifoglie sta costringendo il cedrone a cercare ambienti a lui idonei a quote sempre più elevate. Tale fenomeno è testimoniato da un innalzamento medio di 60 metri delle arene di canto attive rispetto a quelle storiche (dato rilevato dal PNAB nel 2011). Questa tendenza si traduce in una progressiva erosione degli habitat, inducendo le popolazioni ad assumere una distribuzione sempre più insulare, ovvero sempre più isolata.

Sopra un primo piano di lince

B132, un nome sicuramente “sterile” per identificare un maschio di lince nato nel 2006 in Svizzera. È il risultato del rilascio di 12 linci, nell’ambito del progetto di reintroduzione “LUNO” (2001 – 2009), volto a traslocare dalle Alpi Nord-Occidentali e dal Giura (CH) alcuni esemplari nella Svizzera Nord-Orientale. Con una camminata a tappe di circa 200 km, B132 si mosse spontaneamente verso il Parco Nazionale dello Stelvio prima e il Parco Naturale Adamello Brenta poi (2008). Negli anni successivi ha frequentato anche la Valle del Chiese e l’Alto Garda Bresciano. Per la sostituzione del radiocollare, ormai scarico, di cui era stato dotato in Svizzera, B132 è stato catturato e rilasciato dal Corpo Forestale Provinciale Trentino nel 2010 e nel 2012. L’ultima segnalazione certa risale ormai al 20 aprile 2015.

Un lupo nel bosco

Il primo segnale certo della presenza del lupo in Trentino dopo oltre 150 anni dalla sua scomparsa risale al 2010: M24, un maschio di origine italica nato in Svizzera, viene rilevato geneticamente dal personale del Parco Naturale Adamello Brenta. Per un ritorno stabile del lupo in Trentino bisogna però attendere il 2012: sui Monti Lessini, a cavallo tra le provincie di Trento e di Verona, Slavc e Giulietta (lui di origine balcanica, lei lupa italica) fondano un branco che nel giro di 4 anni darà alla luce 22 lupetti. Attualmente la situazione è molto dinamica: alcuni di questi giovani lupi, ormai in dispersione, stanno esplorando il Veneto ed il Trentino Alto Adige alla ricerca di nuovi territori da occupare.

L’avvoltoio barbuto

Il gipeto (Gypaetus barbatus – Linnaeus, 1784), noto anche come “avvoltoio barbuto” è un uccello rapace che si nutre principalmente di ossa. Considerato in passato come “animale dannoso”, è stato sterminato in tutto il suo areale alpino originario. Oggi, a 30 anni dall’avvio di un progetto internazionale di recupero della specie, il gipeto è stato reintrodotto in diverse aree alpine di Austria, Svizzera, Francia e Italia. La popolazione alpina, attualmente è stimata in oltre 200 esemplari con 33 coppie riproduttive.

Ermellino con mantello invernale

Che si tratti di prede o predatori, alcuni animali hanno evoluto strategie di sopravvivenza basate sul mimetismo. La muta permette all’ermellino, come alla lepre variabile e alla pernice bianca, di adattare la propria livrea al colore dell’ambiente che li circonda. Sono mutazioni indotte principalmente dal fotoperiodo (la proporzione tra ore di luce e ore di buio) e dalla temperatura. Nel caso di inverni senza neve, queste specie sono molto più visibili e maggiormente esposte ad un aumento della pressione predatoria.

Due maschi di stambecco

Particolarmente adatto alle alte quote, lo stambecco ha per sua natura una distribuzione insulare che, nel caso di popolazioni con pochi esemplari, lo rende particolarmente soggetto a “depressione da inbreeding”, cioè a un indebolimento genetico della popolazione stessa. A questa dinamica si aggiungono inverni sempre più miti e brevi che portano ad una diacronia tra la maturazione dei pascoli d’alta quota (anticipata) e il tempo dei parti. Con un’alimentazione meno nutriente i capretti si affacciano al loro primo inverno meno robusti: assistiamo così ad un aumento della mortalità giovanile e ad un progressivo invecchiamento della popolazione. Questo fenomeno spiegherebbe l’anomala contrazione numerica della specie registrata nel Parco Nazionale del Gran Paradiso (dai 5000 individui del 1993 ai 2629 individui del 2011).

L’orso bruno

L’orso non è mai scomparso definitivamente dalle Alpi anche se alla fine degli anni ’90 solamente 2, forse 3 orsi maschi sopravvivevano rifugiati nelle valli più impervie e selvagge delle Dolomiti di Brenta Orientali. Non c’era alcuna possibilità di ripresa spontanea, la popolazione alpina fu dichiarata biologicamente estinta. Le spinte conservazionistiche impegnate a favore dell’orso sin dalla I metà del XX sec., si concretizzarono con il progetto di reintroduzione a tutti noto come LIFE URSUS. Tra il 1999 e il 2002, prima della definitiva scomparsa degli orsi autoctoni, furono liberati 10 individui catturati in Slovenia. Per la storia completa e dettagliata di tutto il progetto visitate il sito PNAB alla sezione orso www.pnab.it/orso.html. Oggi la popolazione ursina delle Alpi Centrali è attentamente monitorata ricorrendo anche a tecniche di analisi genetica. Nel 2015 è stato stimato un numero minimo certo di 48 fino a un massimo ipotizzato di 54 animali. Per informazioni più dettagliate e per rimanere aggiornati visitate il sito www.orso.provincia.tn.it.

Lo sciacallo dorato

Lo sciacallo dorato è un canide di medie dimensioni (7-14 kg circa), originario dell’Europa Sud-Orientale, del Medio Oriente, dell’Asia Minore e dell’Asia Sud-Orientale che negli ultimi anni, grazie alla spiccata adattabilità, sta espandendo il suo areale dai Balcani all’Europa Centrale fino alla Lituania. Nel 2013, una prudente stima numerica delle popolazioni di sciacallo dorato individuava 3-8 gruppi familiari per un numero complessivo di 15-40 animali, distribuiti tra Friuli Venezia Giulia, Veneto e Trentino Alto Adige.

MARCO ARMANINI
Settore Ricerca Scientifica ed Educazione Ambientale
del Parco Naturale Adamello Brenta (PNAB)

 

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