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Il camoscio

Il camoscio

Animale simbolo delle Dolomiti

Il camoscio è poco presente nella cultura codificata. Ma questa mancanza non può esimerci da considerare un fatto non secondario: un simbolo può essere… inventato. Oggi.

Gli animali sono simboli. Per rappresentare una qualità astratta, un’azione, un desiderio. Da sempre i selvatici hanno una potenza in più rispetto a quelli domestici. Rappresentano e rappresentavano non la dura vita di ogni giorno, sia pure mitizzata ed elevata quasi a santità, ma una virtù in qualche modo selvaggia e/o autentica: la forza, la solidità, la purezza, il coraggio, la fierezza, la fedeltà.

Per questi motivi paesi, città, nazioni ma anche associazioni e persino gruppi locali e sportivi nonché clan hanno eletto a loro simbolo o quale protettore un animale. Perché in qualche modo esso rappresenta le qualità alle quali aspirano. E il camoscio? A voler essere rigorosi non ha avuto un peso paragonabile ad altre specie, ben note all’araldica e ai miti. Orso, aquila, leone, lupo e anche lo stambecco possiedono una maggior storia in questa sfilata di elevate evocazioni.

Eppure, nella cultura o meglio nell’immaginario delle genti alpine, il camoscio ha di gran lunga il primo posto. E tutto ciò non è casuale. In primo luogo, ha resistito all’uomo più di chi chiunque altro grande animale. Orso, lupo, cervo e capriolo erano stati sterminati fra il primo e il secondo dopoguerra, per non parlare dello stambecco, il primo ad andarsene, forse per l’eccessiva fiducia nella sue capacità di alpinista. Il Camoscio no.

Questo eclettico campione era riuscito a sopravvivere in tutte le Alpi, difendendosi in ogni modo dalla guerra e dalla fame. Sì, perché il camoscio è un vero atleta. Nessun altro animale è capace di compiere in pochi minuti enormi dislivelli, attaccandosi con i suoi zoccoli “di gomma” agli spuntoni rocciosi più invisibili.

La Rupicapra rupicapra, è un animale a quattro zampe di più di trenta chili che si libra attaccato alle rocce. Basterebbe questo per farsi ammirare. E invidiare. Un desiderio di emulazione che non è ignoto alle genti di montagna.

Non è sufficiente. Il camoscio è un animale fatto per l’uomo. Va molto oltre l’essere un arricchimento suggestivo della montagna: è infatti una specie educatrice. Una specie che educa è quella che per caratteristiche sue è in grado di formare gusto per l’ambiente, ammirazione, sensibilità naturalistica, estasi per la bellezza.

Le Dolomiti sono più belle, con il camoscio. È un paesaggio vivente che suggerisce di fermarci a guardare, che ci incuriosisce. Ecco, ci fa pensare. A chi ha creato tutto questo oppure, per i laici, a chi ha conservato tutto questo, a chi sta rendendo possibile un tale spettacolo. Altre specie potrebbero contendersi questo importante primato. Ma il camoscio la vince su tutte: è facilmente osservabile, dove può non teme l’uomo. Un animale che ti guarda e che si fida, persino. E poi, ancora, le sue corse estreme, il magico esibizionismo dei suoi giochi. Una specie estroversa, una Forza Allegra della Natura, che compie vere e proprie imprese di ardimento acrobatico. Cosa chiedere di più?

Chi lo ha osservato, con attenzione, le prime volte, non sarà più uno spettatore pigro. Ma un appassionato che vuole vedere, gustare, apprendere, sempre in modi più ricchi e appaganti. Saper osservare, per crescere “dentro”, non è una dote che si eredita o che cade dal cielo. Il camoscio rende migliore l’uomo, non è poca cosa. Per il montanaro abituato al rigore delle Alpi, questo animale potrebbe essere soltanto consueto e necessario ardimento e suscitare piuttosto un desiderio di emulazione o di avventura.

Ma quando il Camoscio si confronta con le Dolomiti c’è un che di diverso. Se volessimo pensare a una nuova iconografia che non tradisca altre potremmo immaginare un quadro, uno stemma, nel quale, in campo tripartito, dall’azzurro del cielo, al rosa delle rocce fino al bianco della neve, si stagli la corvina invernal figura del camoscio. Punto d’incontro di tre eccellenze a loro volta simboli integrati in un’unità, quella dolomitica.

Invenzione che tradisce altre allegorie? Arditezze della modernità che confliggono con la storia? Non credo. I simboli hanno una nascita, hanno padri, madri e creatori. E seguaci fiduciosi. Perché sono una speranza per il futuro, senza dimenticare il passato. Perché possono riunire comunità, su di un progetto comune. Perché creare, anche un simbolo, significa vivere più a lungo. O per l’eternità.

Franco Perco

credits:
foto1: Si resta senza parole di fronte a questo scatto che ritrae la dolcezza dello sguardo di un camoscio alpino (© Bruno Boz – www.brunoboz.com)
foto2: Una mamma e il suo piccolo riposano su un picco roccioso. (© Giacomo De Donà – www.giacomodedona.com)

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